Il ruolo dell'orgoglio
Non c’è come essere diversi dagli altri. Succede, ad un certo punto, di accorgersene e di porvare un miscuglio di emozioni. Che poi siano positive o negative, quello ha poco conto. Il fatto bello, sano, vivo è che si provano, si sentono, ci emozionano.
Essere diversi vuol dire che il mondo ruota come dovrebbe ruotare: vale a dire, in molti vanno dietro a ciò che tira, gli altri, i diversi, se ne stanno per gli affari loro e se ne sbattono di tutto il resto. Non che siano soli, perché questo è un altro discorso che non ha nienta a che spartire con ciò di cui stiamo parlando ora. I diversi, quelli che se stanno per gli affari loro, in realtà rispondo ad un principio che, probabilmente, insegnano in qualsiasi accademia militare: gli amici si possono avere lontanto, i nemici è bene averli vicini.
Solitudine, isolamento, emarginazione. I diversi li raccolgono per strada, questi stati d’animo, se ne fanno una ragione e telgono alta la testa e vispo lo sguardo. Hanno le carte in regola per sopravvivere. Hanno il coraggio di volerli vedere da vicino. Tanto sanno che non sono soli. Basta soltanto ripercorrere altre vie della mente. Loro, i diversi, si autoconservano, mentre quegli altri, quelli che seguono quello che tira, sono in balìa della sorte: nel momento in cui quello che tira svanisce, loro non impareranno ad autoconservarsi perché non risiede nei loro doveri di sopravvivenza.
I diversi possiedono l’orgoglio. L’orgoglio a volte acceca, ma a volte illumina. L’orgoglio è fare di testa propria, ma anche stare ad ascolatre quegli amici che, pur così lontani - realmente o solo per un istante, chilometri o solo minuti, spazio temporale o spazio metafisico - è come se fossero spalla a spalla con te in mischia. O mentre per strada il diverso raccoglie non più solitudine, isolamento o emarginazione. Ma uno scatto di sano coraggio.
