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Il ruolo della sofferenza

E’ un dato di fatto che oggi nessuno più vuole soffrire al mondo. Nessuno ha mai voluto soffrire, ma nei tempi addietro la sofferenza era cosa comune perché la gente doveva fare i conti con la realtà. Adesso la realtà ognuno la rigira come meglio crede e tutto si fa fuorché mettersi in testa che biosgna saper soffrire.

Soffrire fisicamente e quindi mentalmente. Per un numero esagitato di cose, di motivi, di situazioni. Si può soffrire perché la vita prende, si può soffrire perché si era tanto così dalla felicità, ed invece tutto crolla in un batter di ciglia. Un batter di ciglia che fra tremare la terra. La sofferenza è dietro l’angolo, non si scappa.

C’è chi ha sofferto tanto, chi ha sofferto poco. Ma tutti hanno sofferto e finisce che ciascuno di noi si porti dietro i segni. La mancanza di fiducia, il cinismo, la freddezza, l’incomunicabilità e altre porcherie che rendono l’uomo vulnerabile a se stesso. Credendo di superare le sofferenze passate fingendosi ciò che non si è, la sofferenza aumenta. Sia in chi ne è la causa, sia in chi la patisce indirettamente. 

La sofferenza maggiore è quando si perde. Qualcuno, qualcosa, non fa alcuna differenza se quel qualcuno o qualcosa contano particolarmente per chi se ne ritrova senza. Oppure si soffre perché le cose non vanno come logica prevede che vadano. Non si perde nessuno o alcunché, ma ciò che si ha o chi si conosce non è come vorremmo che fosse. E lì sì che si soffre.

Meglio soffrire in silenzio però. Magari tenendo il muso per giorni, lasciando trasparire che effettivamente qualcosa non va per il verso giusto. Ma non lamentandosi apertamente, non con gesti spropositati. Perché non si può soffrire per sempre e arriverà prima o poi il giorno in cui tutto riprenderà. A quel punto non si può fare la figura dei cretini.